La ‘kill list’ di Obama:

La ‘kill list’ di Obama:

Obama e la “kill list”: potere assoluto


di Marco d’Eramo, da il manifesto, 1 giugno 2012
L’orrore più spaventoso è quando nessuno s’inorridisce più per l’orrore. È quel avviene da giorni nei mass media mondiali a proposito della Kill list di Barack Obama. Dove Kill list non è un film di Quentin Tarantino che il presidente degli Stati uniti si godrebbe in poltrona nello Studio ovale della Casa bianca.No, la Kill list è la lista degli esseri umani da uccidere che Obama personalmente redige ogni settimana. In quello che il New York Times definisce «il più strano dei rituali burocratici», «ogni settimana circa, più di 100 membri del sempre più elefantiaco apparato di sicurezza nazionale si riuniscono in videoconferenza segreta, per esaminare le biografie dei sospetti terroristi e raccomandare al presidente quale dovrà essere il prossimo a morire».I burocrati raccomandano, ma l’ultima parola spetta a Obama che firma di sua mano la condanna a morte di questi «sospetti terroristi», che essi siano cittadini americani o stranieri. Da notare che nessuno di loro è stato mai condannato da nessun tribunale. Letteralmente, il presidente degli Stati uniti si arroga l’insindacabile diritto di vita o di morte su qualunque essere umano di questo pianeta. Già, perché una volta emanata, questa «strana» sentenza è inappellabile, né criticabile (visto che è segreta).

In fondo, la Bastiglia era stata rasa al suolo per molto meno: i monarchi assoluti dell’Ancien Régime si limitavano a firmare lettres de cachet, arbitrari e insindacabili ordini di carcerazioni, certo, ma non assassini.
In fin dei conti il calunniato George Bush jr era stato più fedele allo spirito della costituzione americana quando si era «limitato» a ordinare la detenzione arbitraria di qualunque sospetto al mondo: se proprio doveva essere ucciso, il malcapitato andava almeno processato da una corte marziale americana. Ora invece abbiamo il paradosso di un presidente che è stato eletto promettendo di chiudere la prigione di Guantanamo, e di non permettere più che i sospetti siano detenuti indefinitamente senza giudizio, ma che conclude il suo primo mandato stilando personalmente la lista degli assassini di stato. Detenerli senza processo, no. Ma ucciderli senza processo sì. Tenete conto che la lista comprende non solo terroristi accertati, ma anche «fiancheggiatori».

Per dirla tutta: mentre in base al decreto presidenziale di Bush poteva succedere che un commando irrompesse all’improvviso in casa mia in Italia, mi portasse in Egitto (o nella vituperata Siria) a farmi torturare da regimi più esperti in questa pratica e poi mi trasferisse in una base Usa d’oltremare, come Diego Garcia, per farmi processare da una corte militare Usa ed eventualmente uccidermi, facendomi così scomparire per sempre dalla faccia della terra all’insaputa di tutti, adesso, con i poteri che Obama si è arrogato, mentre io sto in Italia, qualcuno alla Casa bianca scorre la mia biografia, decide che sono un pericoloso fiancheggiatore, firma la mia condanna a morte; a questo punto in una base militare del Midwest un impiegato in maniche corte (che amo immaginare paciosamente obeso) si siede a un computer e con lo stick dei videogiochi dirige da 9.000 km di distanza un drone sulla terrazza di casa mia e mi spiana con un missile.

Perfino il sussiegoso New York Times protesta flebilmente che questo «è troppo potere per un presidente», ma ipocrita propone solo di «stabilire criteri certi» per includere qualcuno nella Kill list.
Siamo davanti al potere assoluto. Ma, come dicevo, ancora più terrificante del fatto in sé è la sua accoglienza da parte dell’opinione pubblica mondiale. Siamo ormai tutti assuefatti, non ci stupisce più nulla. Di questo nessun indignato s’indigna! Che altro ci serve per darci una sveglia?

Un primo assaggio della «crudeltà umanitaria», della «ferocia buonista» in cui siamo scivolando sempre più anestetizzati ce l’ha dato l’immagine marcante della prima presidenza Obama: quella della riunione di notabili e amici invitati ad assistere in tv non alla finale del Super Bowl ma all’uccisione in diretta di Osama bin Laden, e a esultare non per un gol ma per una pallottola.
Ma ancora più da brivido è la battuta riferita dal New York Times: dopo aver firmato l’uccisione di un cittadino americano che nello Yemen incitava alla jihad, il premio Nobel per la pace ha commentato: «Questo qui è stato facile».

(1 giugno 2012)

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Washington, 29 mag. (Adnkronos) –
Barack Obama, il presidente premio Nobel per la Pace, ha voluto approvare personalmente ogni nome che è stato aggiunto nella “kill list”, la lista degli obiettivi dei raid letali, dei terroristi di al Qaeda. E’ quanto scrive oggi il New York Times in un lungo articolo in cui, attraverso una serie di interviste ad alti funzionari dell’amministrazione Usa ed ex consiglieri, ricostruisce una vicenda che definisce “un test per i principi e la determinazione di Obama”. L’ampliamento della lista dei terroristi di al Qaeda da eliminare e’ stata una parte necessaria della strategia dell’amministrazione democratica di puntare maggiormente sugli attacchi con i droni per colpire le basi terroristiche dal Pakistan allo Yemen. Il presidente “e’ determinato nel voler prendere le decisioni sulla portata e l’estensione di queste operazioni – ha dichiarato al quotidiano newyorkese il consigliere per la Sicurezza Nazionale – nella sua visione e’ lui il responsabile della posizione degli Stati Uniti nel mondo, e quindi vuole mantenere un controllo molto stretto. FONTE : http://temi.repubblica.it/micromega-online/obama-e-la-kill-list-potere-assoluto/
Nel lungo articolo, il Times ricostruisce come sia stato portando avanti, in gran segreto, il processo di scelta degli obiettivi da uccidere, iniziato con un centinaio di funzionari dell’antiterrorismo che hanno raccolto e vagliato i profili di sospetti. Il Pentagono ha gestito il processo per quanto riguarda lo Yemen e la Somalia, mentre alla Cia è stato affidato quello per il Pakistan. Ma la rosa ristretta degli obiettivi scelti poi ha dovuto sempre passare il vaglio diretto del presidente, che ha dato l’ok definitivo a tutti i raid, specialmente quelli più complessi e rischiosi in Pakistan. E’ stato di Obama il via libera all’operazione con cui lo scorso settembre è stato ucciso Anwar al-Awlaqi, un cittadino Usa di origine yemenita diventato uno dei leader di al Qaeda della penisola arabica. In quel caso, ha raccontato William Daley, ex capo dello staff, il presidente ha parlato di “una decisione facile”.

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